Ti racconto il mio World Press Photo

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Ti racconto il mio World Press Photo

E’ il più grande premio di fotogiornalismo del mondo. La mostra delle foto vincitrici viene visitata da oltre un milione di persone nel mondo. Il catalogo viene pubblicato in sei lingue differenti. Ma cosa c’è dietro uno scatto premiato? Massimo Mastrorillo, ci racconta quello che non vediamo: il retroscena e le emozioni della foto vincitrice della sezione ‘Nature’ nel 2005.

Ogni sera un camion militare passava a raccogliere i cadaveri trovati nel fango ormai indurito, per gettarli in una fossa comune. Il livello di distruzione era ancora impressionante e troppo spesso avevo la sensazione che fosse l’ambiente a dominare il mio modo di vedere e non la mia autorialità a dare un senso e un ordine a tutto quel disordine. Sebbene non fosse realmente così, qualunque foto scattassi sembrava “comandata” e solo molto inconsciamente voluta.

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Era una giornata di Marzo del 2005. Erano passati quasi tre mesi dallo Tsunami che aveva colpito la costa di Banda Aceh, in Indonesia, causando più di 160.000 morti e distruggendo più di 3000 villaggi. 

Sulla spiaggia di Lhoknga ero in compagnia di Maria, la mia “fixer”. Mi stava sempre vicino; era una ragazza piena di vita. Tra di noi c’era complicità, amicizia, voglia di condividere. Le palme tagliate m’incuriosivano, erano insolite. Il mare era calmo, intorno non c’era traccia di distruzione.

Cominciai a scattare foto con la mia macchina panoramica, finché non mi voltai per chiederle alcune informazioni sul luogo. Maria non era al mio fianco, era distante e anche l’espressione del suo volto lo era. Le chiesi di avvicinarsi e cosa non andasse. Mi rispose con due parole che m’impietrirono: “HO PAURA”.  

Mi guardai intorno perché, apparentemente non c’era alcun motivo per essere intimoriti. Maria non aveva paura di qualcosa di specifico ma di un’idea: quella che l’acqua potesse essere così spietata, uccidere come aveva fatto, perché era stato questo suo potere distruttivo a causare il maggior numero di morti e non il violentissimo terremoto che aveva preceduto lo Tsunami. 

D’improvviso capii che quell’immagine aveva un potere evocativo unico e che il mio lavoro doveva raccontare non più mostrando in maniera evidente, ma sottintesa. Che la metafora, l’immaginazione, mi avrebbero aiutato a raccontare meglio, in maniera più coinvolgente. 

Questa immagine ha rappresentato un momento importante nella mia carriera di fotografo. Non solo, come si potrebbe facilmente pensare, perché vincitrice di un World Press Photo, ma perché mi ha spinto a mettere seriamente in discussione il ruolo del fotogiornalismo e a riflettere sulla direzione del mio lavoro come fotografo documentario. 

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