AVEUGLES. Un progetto fotografico di Sophie Calle

AVEUGLES. Un progetto fotografico di Sophie Calle

«In oltre tre decenni di lavoro, Sophie Calle ha aperto nuovi e originali approcci nel rapporto fra testo e fotografia, tra persona pubblica e privata, fra verità e romanzo. Il suo lavoro concettualmente orientato descrive la vulnerabilità umana ed esamina la correlazione fra identità e intimità, così come la costruzione della storia ufficiale».

Sono queste le parole con cui il premio forse più importante al mondo per la fotografia,
l’Hasselblad Award, viene consegnato, nel 2010, all’artista francese Sophie Calle.

La natura delle sue indagini è minimalista e ambiziosa a un tempo: muove sempre da un dettaglio intimistico. Da quel particolare, però, riesce a rivelare e aggiungere una sillaba alla definizione universale dell’essenza umana. Per farlo mette in gioco, in discussione e in piazza la sua vita, ma non esita a scuotere e coinvolgere quella degli altri, spesso sconosciuti.
Ne Les Aveugles ( I ciechi), progetto del 1986 la bellezza diventa tarlo, domanda ossessiva e impellente, categoria da ridefinire a livello sensoriale. Esiste davvero la bellezza? La sua percezione è appannaggio esclusivo dello sguardo? O si tratta di una rappresentazione mentale che può farne a meno, che può nascere dal buio, così come talvolta, la musica viene dal silenzio. Sophie Calle ha chiesto a 18 persone non vedenti dalla nascita di descrivere la loro idea della bellezza. Raccolte le risposte, dopo un lungo processo conoscitivo con le persone coinvolte, ha raccordato in un’installazione diversi elementi: i primi piani in bianco e nero degli intervistati, la trascrizione del loro racconto e infine, una fotografia realizzata dall’artista stessa, una libera interpretazione di quell’ immagine che era stata soltanto suggerita e raccontata. Così la grana della pelle, il tono di una voce, il profumo di una stanza, un intero iperuranio d’idee ha preso forma e colore.

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Sophie Calle, ha oltrepassato i limiti fisici attraverso la potenza dell’immaginazione costruendo una giostra mentale di rimandi tra visibile e invisibile: a me che osservo, appare il ritratto fotografico di chi non mi può vedere e subito dopo, la bellezza che quella stessa persona, può solo immaginare.
Dopo quasi 25 anni, il tarlo continua a scavare. L’artista incontra persone che hanno perso la vista improvvisamente. Questa volta chiede loro di descrivere l’ultima immagine impressa nei loro occhi. La riflessione si compie: in assenza di un senso, privati di esso, attingiamo a una percezione latente in contatto con la natura più profonda delle cose.

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Uno degli uomini intervistati ha dichiarato: “Il bello è stato il mio più grande dolore”, così, all’epoca dell’installazione, lo scaffale accanto al ritratto, il posto destinato alla riproduzione, rimase vuoto. Arduo rendere il dolore con più evidenza.

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Les Aveugles è anche un libro, edito da Acta Sud, i testi sono anche in braille.

(articolo a cura di Pamela Piscicelli)

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